Il peso di tutto quello che non c’è

“Il peso di tutto quello che non c‘è“ (Iolanda Di Bonaventura, 2018) è un flusso di coscienza, la descrizione di uno spazio d‘assenza. Una memoria corrotta dal tempo, dal trauma, dalla nostalgia: file deteriorati – un profondo, visivo rumore bianco. Non c‘è emozione plausibile dinanzi all‘impossibilità di comprendere sensazioni accavallate e voci interiori, se non uno stupore distaccato.

“Il peso di tutto quello che non c’è” racconta i fallimenti, gli abbandoni, le rinunce – il peso di tutto ciò che avremmo voluto accanto, e che manca: quanto pesa il vuoto?

L’opera è pensata per essere un’applicazione Android, di cui usufruire mediante Gear VR: un visore da applicare allo schermo del cellulare, dotato di cuffie. L’esperienza fruita dal singolo – colui che sta direttamente guardando nel visore – viene riportata su un televisore, cosicché un pubblico più vasto possa accedere ad una sperimentazione in prima persona.

Il tentativo è quello di avvicinare realtà e linguaggi apparentemente molto distanti, prendendo in prestito dal videogioco la modalità di fruizione (il visore VR), dalla fotografia contemporanea la ricostruzione dell’ambientazione, dal cinema la modulazione degli eventi. L’opera vorrebbe essere un piano sequenza a trecentosessanta gradi, il cui montaggio interno è definito dalla testa del fruitore, che sceglie quali eventi e quali ambientazioni inquadrare e vedere, definendone dunque il ritmo narrativo.

Il software è stato sviluppato dal collettivo Artheria sotto la regia dell’artista.

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